Metal Gear Solid V: The Phantom Pain Recensione

Dopo aver creato un eroe, è tempo di distruggerlo. La serie di Metal Gear, da sempre magistralmente orchestrata da Hideo Kojima, ci ha costantemente posto di fronte ad un eroe (quasi) in tutto e per tutto: Solid Snake e Raiden prima e Big Boss dopo, anche se quest'ultimo ha in realtà operato precedentemente rispetto ai due personaggi che hanno caratterizzato tre episodi della serie (senza contare eventuali spin-off). Ma chiunque abbia giocato la saga sa bene come andrà a finire la storia dello Snake "originale", che fino ad ora abbiamo controllato nei panni dell'eroe intenzionato ad inseguire la pace nel mondo. Una conclusione – che poi è anche l'anello di congiunzione tra il ciclo narrativo di Big Boss e quello di Solid Snake – che arriverà con Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, l'ultimo capitolo di una storia videoludica lunga quasi trent'anni. È un finale che non lascia via di scampo e a ricordarlo, per tutto il gioco, è l'osso che spunta dal cranio di Big Boss; sempre più lungo, sempre più evidente, come a simboleggiare la crescente voglia di vendetta che caratterizzerà il personaggio fino alla fine.

Vendetta che nasce dagli eventi che hanno caratterizzato l'esperimento Ground Zeroes, il gioco basato sulle meccaniche e sul motore grafico di The Phantom Pain che ha permesso di avere un assaggio in anteprima di quello che sarebbe stato il ben più corposo quinto episodio. È dagli ultimi intensi momenti di gioco che fiorisce la voglia di rinascere di Snake e dei suoi compagni, ma anche l'estrema volontà di vendetta nei confronti di un'organizzazione, Cipher, che gli ha tolto tutto. Compagni, base e parti del corpo; il dolore fantasma del titolo è un riferimento al braccio mancante che il protagonista perde nel filmato finale di Ground Zeroes e che viene sostituito, com'è ormai risaputo, con un braccio bionico.

La ricostruzione del gruppo militare di Big Boss – ora rinominato Diamond Dogs – si basa quindi su solide fondamenta narrative, ma soprattutto su un prologo estremamente accattivante e onirico che per un'intensissima ora vi terrà incollati allo schermo e vi darà la giusta grinta per affrontare l'episodio più denso e completo dell'intera saga. Una rivoluzione in tutto e per tutto che abbandona la schematizzazione – e la relativa linearità – dei vecchi capitoli in favore di un vero e proprio open world nel quale muoversi e pianificare le nostre mosse in maniera totalmente libera. Un approccio che può spiazzare, soprattutto se siete veterani della serie: ora il fulcro di tutto è la Mother Base, la base operativa potenziabile dalle quale sarà possibile organizzare missioni, incontrare i membri della forza armata e gestire le milizie. Da questo luogo nel mare delle Seychelles si parte sempre in elicottero per raggiungere le varie zone operative, che altro non sono che enormi porzioni di territorio all'interno delle quali sono posizionati villaggi, basi militari e altre strutture che, prima o poi, dovremo colpire silenziosamente.

L'estrema libertà di movimento va quindi inevitabilmente ad influenzare l'andamento della trama, che non prosegue più semplicemente di missione in missione ma viene gestita attraverso un sistema che si suddivide in missioni principali e missioni secondarie – a loro volta divise in importanti e non – che va a fornire una relativamente ampia possibilità di scelta sull'ordine con il quale affrontare blocchi di 3 o 4 missioni alla volta. Va da sé che la narrazione classica della serie sia stata accantonata, abbandonato i lunghi (e spesso criticati) filmati d'intermezzo in favore di più brevi sequenze contestualizzate. Un esempio: il primo incontro con il cecchino Quiet lo si fa all'interno di una vasta radura, il cui attraversamento è previsto da una missione particolare. Ciò non ci impedisce, però, di recarci in quel luogo prima del tempo per fare subito conoscenza con la misteriosa figura.

Metal Gear Solid V: The Phantom Pain Recensione

Lo spazio per raccontare la storia – o meglio, per farlo in maniera lunga e approfondita come gli episodi precedenti – è quindi molto limitato. Una limitazione a cui però sopperisce l'introduzione delle cassette: dei file audio di 1/5 minuti che possiamo ascoltare in qualsiasi momento – sia nel menu che durante le operazioni – e che narrano la maggior parte dei retroscena della trama. Insomma, se volete davvero seguire la storia di The Phantom Pain dovete ascoltare tutte le cassette, pena la perdita di importanti informazioni. Nel quinto episodio di Metal Gear Solid non c'è tempo da perdere; bisogna esplorare, infiltrarsi, organizzare la base. Insomma, si gioca. Tanto. Le circa 50 missioni principali vi porteranno via dalle 35 alle 40 ore, se non di più. Poi ci sono le (molte) missioni secondarie, lo sviluppo della Mother Base e gli assalti alle basi avversarie (o la difesa della propria), da svolgere online contro altri giocatori. Se tutto ciò non bastasse, tra qualche mese arriverà anche Metal Gear Solid: Online, le modalità competitiva che proporrà scontri tra due squadre di giocatori e che si preannuncia già estremamente interessante.

L'aspetto open world del gioco presuppone quindi una pianificazione ben ponderata dell'approccio alle varie missioni. Pianificazione che va a caratterizzare le fasi immediatamente precedenti allo sbarco nella zona operativa e che ci permetterà di selezionare equipaggiamento, eventuali mezzi di trasporto, abbigliamento e spalla. Quest'ultima potrà essere scelta tra un ventaglio che si amplierà man mano che incontreremo i personaggi all'interno del gioco e che godrà della possibilità di sfruttare un legame maggiore con Snake direttamente proporzionale al suo utilizzo in missione. Inizialmente avremo a disposizione solo il cavallo (D-Horse, utile per spostarsi velocemente) che successivamente potrà essere sostituito da un cane (D-Dog, in grado di rilevare nemici e oggetti), da Quiet (cecchino esperto in ricognizione ed eliminazione dei nemici) e dal Walker (un mini Metal Gear veloce e versatile). Tutti questi elementi potranno essere sviluppati e potenziati tramite l'utilizzo di un misto tra risorse da raccogliere sul campo ed esperienza del proprio personale. Quest'ultima forza militare dovrà essere ampliata direttamente da noi grazie all'utilizzo di un nuovo fondamentale strumento per il mondo di Metal Gear: il sistema di recupero Fulton.

Metal Gear Solid V The Phantom Pain Recensione

Praticamente ogni persona, oggetto e animale del gioco possono infatti essere recuperati tramite questo sistema che impiega un pallone auto-gonfiabile per effettuare un recupero veloce direttamente dalla zona operativa. Partendo dal semplice recupero dei soldati – i quali andranno a comporre le nostre milizie, con le varie specializzazioni del caso – fino alla possibilità di riportare alla Mother Base veicoli e container ricolmi di materiale; l'utilizzo dei Fulton è uno degli elementi principali di The Phantom Pain e uno degli strumenti da sviluppare il prima possibile nello skill tree delle tecnologie in nostri possesso. Ma soprattutto dà un senso ad ogni elemento, eliminando l'idea che i soldati nemici siano solo carne da macello in favore di un concetto che li vede come possibilità da sfruttare per la propria causa. Per il resto il gioco dà libertà pressoché totale: la maggior parte dei villaggi e delle strutture presenti nel gioco sono approcciabili da qualsiasi punto e con qualsiasi modalità, da quella più accorta e basata sull'utilizzo della pistola a tranquillanti a quella più diretta con mitragliatori ed eventuale fuoco di supporto. In entrambi i casi, però, è praticamente d'obbligo utilizzare un altro strumento estremamente importante in TPP: il binocolo. Grazie ad esso potremo esplorare le zone da colpire alla ricerca di soldati ed obiettivi, marcandoli e seguendone successivamente ogni spostamento.

Un elemento che va a sostituire la mappa sempre attiva, definitivamente abbandonata in favore di una visuale aerea accessibile tramite l'utilizzo dell'iDroid, un dispositivo dal quale potremo controllare ogni aspetto dell'avventura, dallo sviluppo della base al lancio di rifornimenti. Ma anche pianificare al meglio un attacco – o l'estrazione di una persona – per ridurre al minimo i rischi. Agire di notte, per esempio, ci garantirà una copertura maggiore, ma anche eliminare radar o torrette anti-aeree può aiutarci a chiamare l'elicottero per il recupero in una zona più vicina alla nostra posizione. La distruzione dell'apparecchiature di comunicazione, infine, impedirà ai nemici di chiamare aiuto. Sono talmente tante le variabili presenti in ogni missione che è semplicemente impossibile ottenere esiti identici, anche quando gli obiettivi sono molto simili tra loro. E se per caso ci facciamo scoprire, la nuova modalità Riflesso ci permette di non gettare tutto all'aria, consentendoci di eliminare il nemico che ci ha individuato in una sequenza al rallentatore.

Metal Gear Solid V: The Phantom Pain Recensione

In The Phantom Pain c'è davvero tutto. Il canto del cigno di Hideo Kojima non poteva che arrivare sotto questa forma, come l'episodio più completo e rivoluzionario della serie; un'avventura tutta nuova in un contesto che abbandona la "guida" imposta degli episodi precedenti in favore di un ecosistema ben più ampio, che si sposa perfettamente con l'impostazione della saga e che si fa plasmare a piacere dai giocatori. Un approccio comunque non esente da problemi. Innanzitutto proprio per la narrazione forse un po' troppo "diluita" e che a volte va a perdersi tra missioni – principali e non – di tanto in tanto ripetitive e che comunque vanno ad inserirsi con prepotenza tra le già poche sequenze che narrano la storia. Se poi non vengono ascoltate le cassette (male!) c'è il rischio di perdersi pezzi importanti della trama.

Nonostante questo, però, l'ultimo titolo della serie è talmente denso di contenuti e novità da non poter cedere a queste piccole crepe. Anche solo dal punto di vista tecnico, dove ogni ambientazione stupisce per la qualità dell'impatto visivo – sebbene abbia subito un leggero downgrade rispetto ai primi filmati – e per le belle animazioni di Snake e degli altri personaggi. The Phantom Pain è uno di quei titoli da giocare e rigiocare senza fine in grado di dare grandi soddisfazioni proprio grazie al senso di libertà e al numero di esiti sempre differenti che scaturiscono dalle nostre azioni. Non c'era modo migliore per dire addio a Kojima, che con il suo abbandono di Konami ha reso ancora più difficile l'arrivo di altri episodi. The Phantom Pain rappresenta quindi il magnifico capitolo finale, l'anello mancante di una storia che accompagna gli appassionati da quasi 30 anni e che solo ora risulta completa con l'ultima incredibile visione di Hideo Kojima.