Me lo immagino Adam Sandler mentre guarda il cortometraggio Pixels, nel 2010. Lo guarda e lo riguarda, poi alza il telefono e chiama la sua casa di produzione. "Bello, facciamoci un film" "Ma abbiamo il materiale per allungare così tanto il brodo?" "No, ma che ci importa, sono i videogiochi degli anni '80. Tutti amano i videogiochi degli anni '80". Riuscire a mettere insieme un lungometraggio partendo da un cortometraggio di una manciata di minuti non è semplice. Allo stesso modo non lo è nemmeno produrre una pellicola talmente disastrosa da rappresentare non solo uno dei punti più bassi del cinema attuale, ma anche una delle peggiori trasposizioni del mondo dei videogiochi su pellicola. E tutti abbiamo visto il film di Super Mario del 1993. Pixels nasce da un cortometraggio pubblicato da Patrick Jean nel 2010: poco più di due minuti di filmato nei quali i personaggi dei videogiochi anni '80 invadono il globo e lo rendono un unico, grande pixel. Sul web diventa istantaneamente un successo enorme in grado di raccogliere l'interesse di milioni di persone in tutto il mondo. Compreso Adam Sandler, che insieme alla Columbia Pictures ne ha acquisito i diritti e ha cominciato a lavorare su quello che dal primo momento è sembrato un disastro cinematografico annunciato.

Sarà che l'industria videoludica si è già scottata in passato con le trasposizioni cinematografiche, sarà che i titoli ispirati ai film non hanno mai convinto, sarà che negli ultimi anni il nome di Adam Sandler non è mai stato associato a film di qualità. Insomma, diciamo pure che Pixels ha dovuto vedersela fin da subito con i pregiudizi, come spesso accade quando due mondi dai contorni sfumati come quelli videoludico e cinematografico si incontrano. Diciamo che Sandler avrebbe potuto dare il suo tocco ironico ad un film nato da una buona idea, sviluppando una trama che riuscisse almeno a sostenere un'ora e mezza di visione. Ecco, diciamo che tutto questo non è successo. Pixels non solo mette in scena un mondo videoludico irreale, inconsistente e incomprensibilmente vago, ma ne rovina anche l'immagine con cliché che si pensava fossero andati perduti 10 anni fa.

Pixels

Elemento ancora peggiore, i videogiochi sono meri strumenti che appaiono sullo schermo solo per instillare nel pubblico una qualche sorta di nostalgia; Duck Hunt, Super Mario, Donkey Kong, Pac Man, etc potrebbero essere scacchi, carte da gioco o dadi e i protagonisti – che nel film sono ex campioni di videogiochi anni '80 – potrebbero essere veterani di un altro tipo di intrattenimento. Tanta è la superficialità che caratterizza la parte videoludica di Pixels che di fatto a nessuno dei personaggi mostrati viene fornita la benché minima personalità. La maggior parte dei pixelati protagonisti sgambetta sullo sfondo distruggendo tutto ciò che incontra e l'unico ad ottenere un paio di inquadrature in più, Q*Bert, non fa altro che aumentare il senso di irritazione dovuto ad una sceneggiatura che non solo mortifica i videogiochi, ma rende incomprensibile il messaggio che regia e sceneggiatori vorrebbero far passare.

Sempre che ci sia un messaggio. Non si può nemmeno parlare di buchi nella sceneggiatura, perché sono talmente tante le domande sollevate – e che restano senza risposta – dal film da rendere l'intero comparto narrativo un buco nero che inevitabilmente divora tutto, videogiochi, attori e trama. Pixels però un pregio ce l'ha: ha tolto a Nine Months lo scettro di film più brutto del regista Chris Columbus. Resta poi incredibile che una pellicola basata sui videogiochi faccia passare un'immagine dei videogiocatori distorta e infarcita di cliché francamente anacronistici. I quattro protagonisti sono ex campioni di videogiochi – più un'insipida Michelle Monaghan – che vengono chiamati a confrontarsi con la nuova minaccia in arrivo dallo spazio: proprio i personaggi che avevano dominato 30 anni prima.

Pixels

Il primo è il nuovo Presidente degli Stati Uniti (Kevin James), qui rappresentato da un uomo chiaramente incapace, goffo e incompetente. Il secondo è Adam Sandler, tecnico informatico single e dalla vita sentimentale turbolenta. Josh Gad è il classico nerd mal visto dal mondo, il cui personaggio deve sicuramente aver attraversato una fase creativa burrascosa: complottasta, poi eroe, poi con riferimenti poco velati all'omosessualità, poi innamorato dell'eroina di un videogioco con tanto di bacio finale quasi a dire che la massima aspirazione dei videogiocatori è quella di mettersi insieme ad un videogioco. Ancora peggio, in Pixels le donne sono una ricompensa. Ben fatto, Sandler. L'ultimo personaggio è quello interpretato da Peter Dinklage, famoso per aver vestito i panni di Tyrion Lannister nella fortunata serie Game of Thrones. Ecco, se siete appassionati della serie basata sui libri di George R.R. Martin avete un motivo in più per non andare a vedere Pixels: riuscirebbe a farvi odiare anche Dinklage, il cui personaggio è un criminale che utilizza i trucchi tanto nella vita reale quanto nei videogiochi.

La pellicola fallisce persino nel fare l'unica cosa che Sandler dovrebbe ormai aver imparato a fare: ridere. Battute fuori luogo, volgari e senza senso vengono piazzate qua e là nel film chiaramente per riempire un vuoto generato dal voler imbastire un'impalcatura narrativa attorno ad un cortometraggio. Non che questo sia impossibile: film come Whiplash, Mamà e Frankenweenie dimostrano che la transizione da qualche minuto a un'ora e mezzo o più è possibile. Il problema di Pixels è che la produzione ha puntato tutto sull'effetto nostalgia e ben poco sul confezionamento di un prodotto realmente valido: pubblicizzare un film con protagonisti i videogiochi degli anni '80 equivale a sgomitare il pubblico di almeno 30 anni dicendo "Eh? Hai visto che c'è Pac Man? E Donkey Kong? Guarda, c'è anche Super Mario".

Pixels

Quello che è mancato nello sviluppo della pellicola, probabilmente, è la competenza. Basta guardare ad un altro film con il quale Pixels condivide le stesse premesse: Ralph Spaccatutto. Uscito nel 2012, Ralph non aveva le ambizioni di Pixels né, probabilmente, tutte le licenze. Eppure funzionava, perché forniva ai personaggi una personalità che li rendeva tanto simili alle controparti videoludiche quanto indipendenti nella struttura narrativa. Non rovinava i protagonisti né metteva in cattiva luce l'industria videoluica; semplicemente costruiva un comparto narrativo valido attorno ad una base di partenza costituita dai personaggi che chi ha qualche anno sulle spalle ancora ricorda. Pixels, invece, è inconsistente, blando e offensivo. Ed è uno dei peggiori film sui videogiochi mai prodotti.